Contro corrente...
Sabato scorso, al PalaRadi di Cremona, una bambina di 13 anni ha scritto una piccola pagina di storia della pallavolo italiana. Arianna Manfredini è diventata la più giovane esordiente nella Serie A femminile a soli 13 anni, 4 mesi e 28 giorni, entrando in campo nel finale del match tra Casalmaggiore e Concorezzo, valido per la Pool Salvezza di Serie A2.
Un gesto simbolico, breve, festeggiato da compagne e pubblico. Ma è quello che è accaduto dopo ad aprire una riflessione. Perché il clamore mediatico esploso nelle ore successive è stato enorme: ampi spazi sui quotidiani, valanghe di post, interviste, paragoni storici. E qui, al di là del sorriso sincero di Arianna e della gioia della sua famiglia, ci si deve chiedere: è giusto?
Arianna oggi si divide tra Under 16 e Under 18. È una ragazza determinata, intelligente, che studia, si impegna e si allena. Ha reagito con maturità alla chiamata della prima squadra, dicendo: "È un traguardo straordinario, che rappresenta il frutto di tanto impegno. Ora sono pronta ad affrontare nuove sfide" – parole condivise con orgoglio dalla società sui social. E ha aggiunto, con una semplicità disarmante: "Mi piacerebbe diventare una giocatrice di pallavolo, ma vorrei anche studiare medicina".
Tutto bellissimo. Ma è proprio per questo che dobbiamo chiederci se sia corretto, eticamente e sportivamente, trasformare una tredicenne in un caso mediatico nazionale. Il rischio è quello di caricare una ragazzina di attenzioni e aspettative che nessuna coetanea dovrebbe sopportare.
Non è la prima volta che il volley celebra la precocità. Anche Andrea Giani e Francesca Piccinini hanno esordito giovanissimi, ma in un contesto diverso, con un impatto tecnico immediato, da predestinati. Qui si parla invece di un momento celebrativo, di pochi secondi, senza impatto sul gioco. Eppure il rumore è stato enorme.
Il punto non è Arianna, né Casalmaggiore. Il punto è la narrazione che abbiamo costruito attorno a una bambina. Una favola, sì. Ma le favole vere non si alimentano con il clamore, si nutrono di tempo, crescita, silenzio, piccoli passi. Arianna merita di essere protetta, accompagnata, lasciata libera di sbagliare e migliorare. Senza finire sotto i riflettori prima ancora di iniziare a giocare davvero.
Che questo esordio resti per lei un ricordo felice, e non l’inizio inconsapevole di una rincorsa a qualcosa che ancora non le appartiene. Il volley ha bisogno di talenti, ma prima ancora di questo, ha bisogno di rispetto per i tempi dei giovani. E per la loro fragilità.
Commenti